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L’Udc chiede maggior impegno per il bellunese dopo l’annuncio del riparto nazionale dei fondi per la montagna, destinato quasi esclusivamente al Meridione
«I bellunesi possono stare tranquilli» diceva il governatore Luca Zaia, poco dopo l’elezione l’anno scorso per giustificare la mancanza di un assessore bellunese in giunta regionale, evento mai accaduto nella storia. «Qui l’unica cosa su cui possiamo stare tranquilli oggi è che a forza di togliere le risorse alla montagna a breve moriremo» commenta Maurizio Isma, coordinatore dell’Udc Belluno, dopo aver appreso che del Fondo Nazionale per la Montagna, al Veneto arriverà solamente il 2,7%. La maggioranza eletta con lo slogan “Prima il Veneto” ha incassato l’ennesima sconfitta sul campo nazionale, dimostrando secondo Isma «uno scarso, per non dire nullo interesse verso le aree montane e quella di Belluno in particolare». Può sembrare superfluo ricordare che le aree montane nel Sud Italia, come Campania o Calabria, hanno usufruito negli anni anche di altri e corposi incentivi statali mentre la montagna bellunese soffre anche la concorrenza delle aree situate nelle Regioni a statuto speciale. «Se l’intento – conclude il coordinatore provinciale – è davvero puntare al turismo nei nostri territori montani e favorire ancora di più la permanenza in Veneto delle comunità di Lamon, di Sappada, di Cortina e dell’intera Provincia di Belluno, allora Regione e Provincia, visto che entrambi sono governati dalla Lega, ce lo dimostrino».
L’agricoltura di montagna non ha bisogno di spot con gli yak, né di manovre scellerate per essere incentivata: c’è bisogno di concretezza e sostegno ai produttori del settore lattiero caseario. A sostenerlo i candidati Udc alle prossime regionali, Fulvio De Pasqual e Vittorino Manfoi.
Se nel 1951 erano 35.000 gli operatori bellunesi attivi nel settore, nel 1971 si è passati sotto i 10.000 e con l’arrivo del nuovo secolo a meno di 5.000, secondo dati dei censimenti Istat. «L’industria nel nostro territorio ha portato via tante braccia alla terra e oggi che il settore secondario è in crisi, il primario torna ad attirare l’attenzione dei più giovani sostiene Vittorino Manfroi – ma il settore non lascia margini economici sufficienti e lo slancio rischia di rimanere tale». Serve una filiera più corta tra produttore e consumatore, nuovi sistemi che permettano a chi coltiva o alleva, soprattutto in territori difficili, come la montagna, di avere un ritorno economico vero.
«L’agricoltura è chiamata settore primario, non a caso e da qui può ripartire l’economia» dice De Pasqual. In provincia, in particolare, il lattiero caseario rappresenta anche un modo per mantenere la residenzialità nel territorio e una risorsa per il turismo. Nell’export italiano è l’unico settore in crescita per quantità, ma ancora c’è molto da lavorare sul valore. «Il lattiero caseario può diventare il cuore dell’agricoltura in provincia, ma vanno sostenuti e riconosciuti i sacrifici dei tanti allevatori locali, pagando loro i prodotti ad un prezzo consono e alleggerendo la filiera» ha concluso De Pasqual.
Non è il federalismo la risposta alla richiesta di autonomia della montagna, e di Belluno. Checché ne dica il ministro Zaia, serve ben altro.
Nel suo intervento sulle colonne di questo giornale, il ministro ha dato una risposta debole quando ha dichiarato che il federalismo fiscale risolve ogni problema. Non basta invece.
Trattenere una maggior quota di risorse al territorio è cosa giusta, e sarà utile ad ogni amministrazione locale. Ma la specialità della montagna chiede specialità anche nelle strategie a tutela del territorio.
Per quasi dici anni, in Regione, la Commissione Statuto ha riconosciuto, su proposta di tutte le forze politiche, che la specificità della montagna consiste nell’insieme di svantaggi complessivi che richiedono l’autonomia fiscale, sì, ma anche istituzionale, regolamentare e finanziaria.
Al ministro Zaia – non certo ai lettori di questo giornale – conviene forse spiegare con qualche esempio questa ineludibile specificità della montagna.
Basta pensare ai servizi primari, come la scuola o la sanità, che sul territorio nazionale hanno standard applicativi difficilmente realizzabili in montagna. L’ultima riforma scolastica prevede che le classi debbano avere non meno di 25 alunni: ma i dati dell’ufficio scolastico provinciale di Belluno per l’anno scolastico 2009/2010 ci dicono che oltre il 20 % delle classi ha meno alunni rispetto a quanto previsto. E sarebbe, quindi, a rischio.
